Madiba, l’uomo che il mondo chiamava Mandela

nelson-mandela-frases-14Questa è la storia di una candela e della sua fiamma, posta in una stanza al buio, nel buio dell’indifferenza, della paura, dell’omertà,della sofferenza e dell’ingiustizia. Questa stessa candela, nonostante la debole fiamma iniziale, riuscì ad illuminare tutta la stanza, liberarla dalle tenebre, ripulirla dalla polvere invisibile formatasi in tutto quel tempo senza luce. Questa è la storia di una fiamma di nome Nelson Rolihlahla Mandela e della stanza buia di nome Sud Africa, tormentata dalle ingiustizie e dalle brutalità dell’ Apartheid, dalla lingua afrikaans “separazione”, politica adoperata in Sud Africa nel dopoguerra, che prevedeva la segregazione razziale e le sue conseguenti declinazioni, come la divisione dei bianchi e dei neri nei mezzi e nelle strutture pubbliche, o come i Bantustan, territori semi-indipendenti in cui furono costretti a trasferirsi alcuni neri, un gulag tutto africano. La politica dell’Apartheid fu abolita solo nel 1991 ed inserita dalle Nazioni Unite nella lista dei Crimini contro l’Umanità, ma tutto ciò grazie alla lotta di un giovane uomo, carico di ideali e idee rivoluzionarie, carico di amore per i diritti umani e privo di qualsiasi tipo di odio verso gli oppressori bianchi: Il suo nome era Nelson, detto anche Madiba, nome riferitogli nel suo clan d’appartenenza etnica. Nelson, figlio di un capo tribù Nembu, lascia presto la città natale per sfuggire ad un matrimonio combinato, dirigendosi insieme con suo cugino a Johannesburg e divenendo lì studente di legge. Qui si unisce all’ ANC (African National Congress) e fonda lo studio legale Mandela e Tambo, per fornire assistenza gratis o a basso costo ai cittadini neri vittime di soprusi. La svolta nel percorso di Nelson, però, avviene il 21 Marzo del 1961: migliaia di africani stanno circondando la stazione di polizia di Sharperville per una manifestazione pacifica, ma 69 di loro restano a terra, uccisi da colpi di pistola alla schiena mentre erano sul punto di scappare. Ora sì che è arrivato il momento di procedere alla lotta armata, pensa Nelson, facendosi anche fotografare mentre brucia il suo Pass Book, quel documento richiesto ai neri dal regime segregazionista. mandela1Le autorità iniziano ad aver paura di quell’uomo che, pur di difendere i diritti dei neri, non teme neanche di morire come quegli amici a Sharperville; viene allora arrestato insieme con alcuni vertici dell’ANC e, appena rilasciato, ricomincia la sua battaglia, stavolta mettendo a punto alcune strategie per sabotare il governo e la sua ala militare, divenendo per tutti un ricercato nazionale e soprannominato “Black Pimpernel”, ovvero “primula nera”, nomignolo dispregiativo derivante da quel “primula rossa” della rivoluzione francese che fuggiva dalle guardie. E’ nel 1963 che viene nominata quella sentenza che fa paura, in quell’aula di Tribunale corrotta dal Partito Nazionale sudafricano: è infatti ERGASTOLO per Nelson, accusato dalla CIA di sabotaggio, tradimento e cospirazione per aver aiutato dei Paesi esteri ad invadere il Sud Africa. Nelson si ribella per le accuse infondate, ma invano: viene immediatamente trasferito presso il Carcere di Massima Sicurezza di Robben Island, al largo di Cape Town, con numero di matricola 46/664, tenuto sotto controllo da James Gregory, una guarda carceraria pro- apartheid che poi gli sarà amico per tutta la vita, pentendosi, dopo averlo conosciuto, delle idee segregazioniste a cui era stato fedele. In questi anni Madiba si dà alla lettura, perfeziona il suo inglese e mantiene contatti con l’esterno, talvolta scrivendo all’ ANC, talvolta mantenendo scambi epistolari con scrittori, come ad esempio Nadine Gordimer, che sarebbe diventata Premio Nobel alla Letteratura nel 1991. Successivamente Nelson viene operato di prostata ed è trasferito per due anni nel villino del carcere di Victor Vester: nel frattempo fuori era il 1989, il muro di Berlino cadeva, folate di aria rivoluzionaria avevano scosso l’intero mondo e le pressioni per la liberazione di Nelson continuavano, sempre più impetuose. E’ allora l’11 Febbraio del 1990 che, dopo 26 anni di detenzione, il presidente sudafricano F.W. de Klark proclama la tanto agognata scarcerazione: ad aspettare fuori Nelson, oltre ai migliaia di volti in lacrime, colmi di gioia e riconoscenza c’è anche la moglie, sposata in seconde nozze, Winnie Madikizela, coinvolta poi in alcuni scandali riguardo ad un sequestro di persona ed addirittura ad un omidicio, e da cui divorzierà nel 1996. Nel 1993, a Nelson vengono assegnati il Premio Nobel per la Pace,insieme con de Klark, ed il Bharat Ratna, riconoscimento civile indiano più alto, conferito solo a due persone non indiane, tra cui lo stesso Nelson e Madre Teresa di Calcutta. Il 24 Aprile del 1994, l’ANC, candidato alle elezioni presidenziali, riceve il 62% di voti nel ballottaggio con de Klerk. Ora il ribelle ha un nome, ora può esprimersi non più tramite lettere dalle prigioni, sabotaggi, battaglie sottobanco o pass book bruciati, ma attraverso la sua politica: Nelson Mandela diviene il primo presidente nero sudafricano in seguito all’abolizione dell’Apartheid. Appoggia campagne di sensibilizzazione, come quelle a favore dei diritti gay e della cura dell’AIDS,proprio nel suo paese, in cui il 20% della popolazione è sieropositiva: è per questo che, nel 1997, alcune case farmaceutiche lo accusano di aver prolungato il “Medical Act”, legge che permetteva al governo africano di importare e produrre a prezzi bassi medicine per la malattia in questione, ritirando poi la denuncia a causa delle numerose proteste da tutto il mondo. Inoltre, Nelson cerca di agire a favore della parità razziale su tutti i livelli, presentandosi il 25 Giugno del 1995 all’ Ellis Park Stadium, in cui veniva disputata la finale della coppa del mondo di rugby tra Nuova Zelanda e Springboks, all’epoca lampante esempio del pro-apartheid e per antonomasia vietato ai neri. Mandela scende in campo con maglia e cappellino degli Springboks, stringendo la mano al capitano Francois Pienaar. La partita si concluse con la vittoria della nazionale sudafricana, dopo una serie di sconfitte precedenti: tutto ciò significò epocale svolta, unità nazionale, tanto da riprendere da tale vicenda il film, diretto da Clint Eastwood, “Invictus”,ovvero “invitto”, “mai sconfitto”, che prende il nome dalla poesia di William Ernest Henley che Mandela ha rivelato contenere le parole che l’hanno spinto ad andare avanti nella sua lotta nel tempo del carcere. Egli si dedica alla politica fino al 1999, terminando il suo mandato e non candidandosi al successivo, restando in prima linea per quel che riguarda i diritti umanitari più importanti. All’età di 80 anni sposa Graca Machel, vedova del presidente Mozambico ucciso dai servizi segreti sudafricani del regime segregazionista in un incidente aereo. Iniziano, nel frattempo, i suoi problemi di salute, connessi alla tubercolosi, contratta nei 26 anni in carcere e viene ricoverato a Pretoria. Numerosi sono i falsi allarmi che hanno accompagnato gli ultimi mesi riguardo al suo stato di salute, puntualmente smentiti dalla famiglia. Finchè non siamo giunti al giorno 6 Dicembre, intorno alle ore 20:50, quando il presidente sudafricano Jacob Zuma ha annunciato in una conferenza stampa straordinaria che Nelson, 95 anni, aveva esalato l’ultimo respiro, preannunciandone i funerali di stato. La fiamma aveva da tempo iniziato a spegnersi, sbiadire la propria luce, ma ora la candela ha definitivamente rilasciato l’ultima goccia di cera sciolta. Ma la luce non si è spenta: la stanza, che prima aveva bisogno del supporto della fiamma per illuminarsi, ora ha imparato da quella candela come brillare, come imparare a farlo sempre di più,ha imparato come non cadere mai più in quell’oscurità in cui morivano uomini per mano di uomini, la dignità per mano del potere e la coscienza collettiva per mano dell’acquiescenza.

“Sono pronto a pagare la pena anche se so quanto triste e disperata sia la situazione per un africano in un carcere di questo paese. Sono stato in queste prigioni e so quanto forte sia la discriminazione, anche dietro le mura di una prigione, contro gli africani…In ogni caso queste considerazioni non distoglieranno me né altri come me dal sentiero che ho intrapreso. Per gli uomini, la libertà nella propria terra è l’apice delle proprie aspirazioni. Niente può distogliere loro da questa meta. Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigioni, in questo paese…non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza e che i criminali che dovrebbero essere portati di fronte a questa corte sono i membri del governo”.

NELSON MANDELA

 

Grecia: il totalitarismo che fa risorgere il mostro del bivacco

Evviva gli anni venti italiani e quelli tedeschi. Evviva la violenza, il suicidio democratico dovuto alla fame ed alla crisi civile. Evviva anche i partiti politici che, approfittando del momento, raccolgono consensi come fossero fiori. Solo che questi fiori dopo un po’ appassiscono se non vengono curati ed innaffiati. E comunque dopo un po’ appassirebbero comunque. Sarebbe meglio, allora, lasciare che questi fiori continuassero a vivere radicati nel terreno, alienandoli dal caos dell’ inconsistenza e da quello dell’inquietudine. MIlitanti-Alba-Dorata-400x215Quando entri nella sede del partito greco “Alba Dorata”, ti accoglie una bandiera raffigurante una croce celtica. Immediatamente ti rispondono che no, non l’hanno copiata dai nazisti, sono i nazisti ad averla copiata dalla cultura ellenica. Ok, forse quella tedesca è stata una rappresentazione malformata, forse non portano avanti gli stessi ideali. Ma se fai qualche passo in più allora ti ritrovi nella biblioteca di partito e lì trovi una raffica di copie del Mein Kampf hitleriano. Poi, se fai qualche altro passo in più, leggi sempre nella sede del partito “chi è Ariano di sangue e Greco di discendenza può entrare in Alba Dorata”. Quando chiedi agli adepti di questa vera e propria setta se si ispirino al fascismo o al nazismo, questi ti rispondono di no, loro sono nazionalisti, ma non prendono le distanze dai totalitarismi (dal comunismo si, antimarxisti per eccellenza). Non sono fascisti, dicono, ma adottano il saluto romano. Eredi della giunta dei colonnelli imperante negli anni peggiori della storia greca, come fai a pensare male. La vera rivoluzione, dicono, è il nazionalismo, non di certo la globalizzazione o il multiculturalismo. Quando vedi i loro comizi, noti che la folla è composta da uomini che sembrano più culturisti che lavoratori o padri di famiglia, le donne sembrano andare ad una festa piuttosto che ad un comizio. Ecco, verrebbe da dire che gli adepti e gli elettori siano un vero e proprio esercito più che liberi cittadini o militanti. Indicando come sporcizia gli immigrati sbarcati in Grecia, hanno occupato il parlamento greco con il 6,97 per cento delle preferenze, ottenendo 21 seggi su 300. alba_dorataPoi, nel Maggio del 2012, durante la conferenza in onore del neoeletto segretario di partito Nikòlaos Michaloliàkos, alcuni degli scimmioni adepti alla setta hanno imposto ai presenti, con toni molto accesi, di alzarsi in piedi, invitando, o forse sarebbe meglio dire costringendo, chi non aveva intenzione di farlo ad uscir fuori. Poi mettili lì dopo qualche mese a distribuire cibo ai cittadini greci muniti di carta di identità, generosità si potrebbe dire, a me pare solo approfittare del momento. Pensieri non infondati i miei, se si pensa che nel 2013 il segretario di partito succitato ed altri esponenti di partito sono arrestati con l’accusa di aver costituito una associazione criminale mandante dell’omicidio del rapper antifascista Pavlos Fyssas ucciso dall’ attivista di Alba Dorata Georgios Roupakias. Divenuto ormai terzo partito greco, oggi è sostenuto anche dal partito italiano Forza Nuova, con il quale ha intenzione di organizzare una “marcia” per fondare una nuova Europa.

Fa tutto un po’ da eco a quel 16 Novembre 1922, quando Mussolini pronunciò la famosa frase che vide l’insediamento fascista in Italia dopo la marcia su Roma: “Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli“. Il resto, lo sa la storia. L’eterno ritorno dell’uguale, avrebbe detto Nietzsche. La storia che si ripete, perchè in fondo questa è solo un ciclo. Triste però pensare che anche all’umanità resti solo l’eterno uguale, senza cambiamento, senza evoluzione. Eterno ritorno dell’ignoranza, verrebbe da dire. Intanto qui si rischia un nuovo totalitarismo, nuovo antisemitismo, nuovi genocidi e nuove, ma non troppo, discriminazioni verso i più deboli. Ma a noi cosa importa. Siamo così comodi sulle nostre poltrone.

La follia di quei lager del silenzio

L’anno scorso, all’università, ho affrontato un esame dal nome “Psicologia sociale e della comunicazione”. In questo spazio non amo parlare delle mie esperienze, poichè penso che la comunicazione debba rappresentare, non rappresentarsi (spieghiamolo anche alla TV, alla radio ed ai giornali). Eppure in questo caso mi sembra necessario. Necessario perchè mi si è aperto un mondo fino ad allora sconosciuto, quello della mente, del suo fascino e delle sue malattie, ma soprattutto quello delle sue possibili cure. Docente di cattedra, una delle collaboratrici di Franco Basaglia, psichiatra e fautore della famosa legge che vede l’ abolizione dei manicomi e la promozione del trattamento sanitario obbligatorio. Veri e propri lager, i manicomi. “Pazienti” abbandonati a se stessi, spesso in assenza di cure ed attenzioni, per non parlare dei maltrattamenti subiti perchè diversi, deboli e fragili.

Ma cos’è la follia? Per spiegarla nel modo più semplice possibile, potremmo fare un comune esempio derivante da Freud, considerando la mente come un filo che, ad un certo punto, viene tagliato. Il mistero della mente e su cui tutta la scienza psicologica si basa, sta nel dare una risposta sul come e perchè questo filo si rompa. Tuttavia questo filo deve essere necessariamente ricucito, anche se non tornerà mai lo stesso. Estraniazione dalla realtà, finzioni e memorie passate hanno il compito di rimettere insieme i pezzi. Ecco chi è un folle: lavora di immaginazione, ha bisogno di ricucire il filo della memoria, di adattarlo ad una realtà che non gli appartiene più. Immaginiamo lo sforzo, ma allo stesso tempo la libertà che si fonde con il dolore.

Cosa significa vivere in un manicomio? “Considerate se questo è un uomo”, avrebbe detto Primo LeviDopo secoli di Manicomi prima della legge Basagliasilenzio, furono rese pubbliche le realtà più comuni delle cliniche psichiatriche. Elettroshock forzati, confisca di beni (e pensiamo a quanto potevano giovarne i parenti felici di liberarsi del loro disturbo), pazienti legati ai polsi ed alle caviglie per anni interi con lo scopo di frenare la loro agitazione, morti per febbri perniciose mal curate e dovute alla scarsa igiene delle strutture e dei luoghi in cui queste erano collocate. Su 100 infermieri con il compito di curare le malattie dei pazienti, 60 erano analfabeti, capaci solo di scrivere la loro firma nei registri clinici. Eppure, pensiamo che questi stessi infermieri avevano il compito di somministrare medicinali curativi ai malati. Persone abbandonate a se stesse, rinchiuse spesso dai loro stessi parenti o per volontà di terzi, da uno stato ed una società miope che li avrebbe visti meglio confinati in lager o grandi purghe. Nell’ Unione Sovietica, ad esempio, la maggior parte dei “pazienti” erano in realtà dissidenti politici, non malati mentali.

Le svolte avvengono prima nel 1968, con la legge n. 431 che abolisce l’obbligo di annotazione dei provvedimenti di ricovero dei malati mentali nel casellario giudiziario e poi nel 1978 con le due leggi (n. 180 ovvero la “Legge Basaglia” e n. 833) che hanno segnato la storia della psicologia e dei trattamenti sanitari.

Le legge Basaglia ha sancito un cambiamento culturale, riconoscendo i diritti del paziente in quanto persona, partendo dalla figura centrale della qualità della vita, considerando in poche parole i diritti umani. Si potrebbe allora obiettare, come è lecito che sia, l’ impossibilità odierna di gestire questi casi, la difficoltà dei genitori o dei parenti nel gestire i malati da soli. Cresce il numero dei nostalgici dei manicomi, volenterosi di rendere inefficace la legge 180, tornando alla realtà medievale del lager comunitario. La pericolosità di queste considerazioni manicomio-nostalgiche, però, commettono l’errore di confondere la mancanza di strutture moderne con l’inefficacia della legge. E’ infatti vero che la legge Basaglia ha fissato dei principi, il suo compito non era quello di dettare le norme attuative su come organizzare un Dipartimento di Salute Mentale. Questo compito era infatti conferito alle Regioni, erano loro a doversi occupare della riorganizzazione in termini territoriali. In poche parole, il volere della legge era quello di riconoscere un diritto necessario e fino ad allora sconosciuto, stava allo Stato occuparsi di come renderlo efficace. Le legge Basaglia non proclama che i malati mentali siano guariti o che non esistano, ma che questi sono cittadini da tutelare al pari di tutti gli altri. Questa è stata la conquista civile della legge. L’inottemperanza dello Stato, quella è un’altra cosa.

“Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. E’ una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.”

Franco Basaglia

La Giovanna che divenne Papa e la Chiesa che infangò lei e le donne

Si chiamava Giovanna, era inglese ed era cresciuta a Magonza, nata donna ma destinata a fingersi uomo. Lo fece sin da quando, in seguito a diversi travestimenti, divenne monaco con il nome di Johannes Anglicus. Tutto questo accadeva nell’ 855, ma solo nel 1240 i cronisti domenicani Giovanni di Metz e Martino de Trappau raccontarono la singolare storia, colma di esattezze ed inesattezze storiche, della donna che divenne Pontefice Massimo. 

Moriva Papa Leone IX ed a succederlo fu lei, che prese il nome di Papa Giovanni VIII. Nonostante avesse calcato la terra di Pietro, la

La Papessa ritratta come la "prostituta sulla bestia" citata nell'Apocalisse
La Papessa ritratta come la “prostituta sulla bestia” citata nell’Apocalisse

Papessa era profondamente innamorata di un uomo, da cui si accorse di aspettare un figlio durante la sua nomina. Era la processione di Pasqua, nei pressi della Basilica di San Clemente, quando uscì tra la folla in sella al suo cavallo. Si dice che qualcuno scoprì la verità riguardo alla sua identità ed usò dei mezzi per spaventare il suo cavallo, che reagì di colpo e, ferendola, portò la Papessa ad un travaglio prematuro. Una volta scoperto il segreto, la folla impazzita la lapidò a morte e la fece trascinare per i piedi da un cavallo. Più tardi le fu concessa la sepoltura nella strada dove era stata svelata la sua identità, quella tra San Giovanni in Laterano e la Basilica di San Pietro. Si narra che in seguito a tale vicenda, le processioni papali non si avvicinassero mai a quel luogo, evitandolo volutamente.

Continua a regnare il mistero su questa faccenda, di cui poco si è parlato se non attraverso due film (dai nomi “La Papessa” e “La Papessa Giovanna”, ma che contengono alcune inesattezze storiche). Però sono tante le coincidenze a cui molti potrebbero far finta di non credere, pur sapendo quanto la Chiesa abbia omesso (e ometta ancora oggi nonostante degli sforzi) la donna dal ruolo ecclesiastico e quanto, ai tempi della Papessa Giovanna, fosse facile infangare la verità. Detto ciò, a far riflettere sono diversi punti. A succederla fu infatti Papa Benedetto III che, pur avendo regnato per breve tempo, fece in modo che il nome di Papa Giovanni VIII fosse omesso dalle registrazioni storiche e dal libro dei Papi, così da poterlo riutilizzare come se non ci fosse stato mai un predecessore (fu infatti riutilizzato da un altro Pontefice nell’ 872). Ulteriore prova proviene dall’utilizzo, dopo la morte di Giovanna, di una sedia, la cosiddetta “sedia dei testicoli“, grazie a cui veniva assicurata la sessualità maschile del Papa. Storicamente provata è la frase di colui che esamina le parti intime del Pontefice che, quando è accertato sia uomo, afferma: “Testiculos habet ( ovvero, “Ha i testicoli”), ed a cui tutti gli ecclesiastici rispondono: “Deo Gratias” (ovvero “Sia lode a Dio”). Infine, il nome di Giovanna appare anche in alcuni elenchi di Papi, soprattutto nel Duomo di Siena, dove la sua immagine appare tra quella dei Papi realmente esistiti.

Intanto, a proposito della figura della donna nella Chiesa, ha fatto anche discutere la storia della teologa irlandese Linda Hogan, nonchè possibile donna cardinale durante il Pontificato di Papa Francesco, o quella di Maria Vittoria Longhitano, primo prete donna nella Chiesa Episcopale. La riluttanza della storia ecclesiastica verso la donna ha radici ben più lontane, soprattutto se ci rifacciamo alle lettere di Paolo: “Voglio tuttavia che sappiate questo: Cristo è il capo di ogni uomo, l’uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo [….] L’uomo  è immagine e gloria di Dio, mentre la donna è gloria dell’uomo; né fu creato l’uomo per la donna, bensì la donna per l’uomo“. Non è molto difficile allora comprendere dove il sessismo abbia posato le sue radici, da quale tipo di cultura sia stata inculcata questa credenza secondo cui la donna debba essere inferiore rispetto all’uomo. A queste affermazioni si potrebbe ribattere che parliamo di secoli or sono, l’informazione e la cultura, mi si potrebbe dire, erano decisamente inferiori rispetto ad oggi (e figuriamoci allora come doveva essere). Ma quindi, io rispondo, perchè abbiamo fatto nostri e non riusciamo a liberarci di insegnamenti di secoli or sono, quando questa stessa informazione e questa stessa cultura erano inferiori?

Le riflessioni potrebbero estendersi ad oltranza ma, per ora, meglio finirla qui. Perchè forse in questo Paese il 50% delle persone che si ritengono cristiane e che non mettono piede in una Chiesa da mesi, presiedendo alla Messa solo a Natale, potrebbero rimanerci male.

Qualcuno soccorra i migranti ( e l’Italia )

Regolamento 2003/343/CE, noto prima come Convenzione di Dublino e poi come Regolamento di Dublino II. E’ grazie a questo regolamento se un immigrato può richiedere asilo o la condizione di rifugiato in uno Stato membro dell’ Unione Europea. Però, è anche grazie a questo regolamento se i diritti umani e legali dei sudimg_115555181579922detti immigrati sono irrimediabilmente scavalcati dalle pretese di un potere con velo dal nome giustizia. E’ sempre grazie a questo regolamento se l’Italia (come la Grecia e pochi altri) non può chiedere aiuto all’Unione Europea quando si trova a dover gestire migliaia di immigrati provenienti dall’Africa nei loro barconi.

L’obbiettivo del regolamento è quello di evitare il cosiddetto asylum shopping, ovvero l’eventualità che un immigrato richieda asilo in più Stati membri. Ad ovviare al “problema” è giunto il trattato, firmato ovviamente anche dall’Italia, che obbliga il primo paese di arrivo a trattare la domanda di asilo. Un libanese o un siriano che, sfinito, scende dal sovraffollato barcone (più di morti che di vivi) a Lampedusa o in Grecia (zone di primo attracco rispetto al luogo di partenza) è obbligato a rimanerci e l’Italia è obbligata a gestire il futuro dell’immigrato DA SOLA.

Il 3 dicembre 2008 la Commissione Europea ha richiesto modifiche del regolamento ed il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha definito lo stesso come indegno di garantire i diritti dei rifugiati.

VENIAMO AD UN PROBLEMA TUTTO ITALIANO: nel corso della 14esima Legislatura, il Parlamento italiano ha varato la legge Bossi-Fini. Il 9 Settembre 2002 entra in vigore il regolamento in merito all’immigrazione. Ma, a causa delle varie interpretazioni che si danno della legge dovute alla sua scarsa chiarezza, oggi ci ritroviamo con le carceri piene di soccorritori e pochi assassini.

In particolare mi soffermerei sulla parte che riguarda il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’8 agosto del 2007 alcuni pescatori hanno soccorso 44 immigrati a Lampedusa e, di tutta risposta, hanno subito un processo di quattro anni e scontato 40 giorni di carcere. La legge che smentisce la legge. Perchè il comma 2 del testo unico approvato da Bossi e Fini afferma: “Non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”.

Da dove nasce la libera interpretazione che si fa della legge? Proprio dal comma precedente (comma 1): “Chiunque in violazione delle disposizioni del presente testo unico compie atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato di uno straniero ovvero atti diretti a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa fino a 15.000 euro per ogni persona”. Eppure, il mancato soccorso è sanzionato anche dall’articolo 1158 del codice di navigazione.

Spesso, chi si ritrova intimorito dal fatto di prestare soccorso a causa delle conseguenze che spettano il suo gesto, lascia morire davanti a sè uomini, donne, anziani e bambini. Questo è il risultato della scarsa umanità che ci rappresenta, della bassa cultura che propone il nostro Stato, che non è neanche stato in grado di chiarire due punti fondamentali come quelli succitati.

Ricordiamoci che le le persone che stanno scappando, non lo fanno per una vacanza. Ricordiamoci anche che, quella del soccorso, è una legge che scavalca qualsiasi disposizione o regolamento statale. Al diavolo Bossi-Fini e Convenzioni. Qui parliamo di DIRITTI UMANI E CIVILI, come li vogliamo chiamare? Parliamo di quello. E per chi reputasse questo discorso eccessivamente campato in aria e poco attenente alla giurisprudenza, ricordo che sono la Convenzione dei Diritti dell’Uomo e prima ancora i Diritti Inalienabili dello stesso a dettare legge sul comportamento da seguire.

SOCCORRERE, SI PUO’. 

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Cina: come uccido tuo figlio (se non è un primogenito)

Aborto clandestino
Aborto clandestino

Trecentosessantasei milioni all’anno, uno ogni quattro minuti. Sono i numeri degli aborti indotti in Cina, legittimati dalla “Politica del figlio unico”. Ideata per “tutelare” il controllo delle nascite ( o sarebbe meglio dire per calpestare quegli inalienabili diritti dell’uomo e della donna), finora conta un numero di morti di otto volte superiore a quelli della Seconda Guerra Mondiale (Olocausto compreso).

Cos’è la Politica del Figlio Unico?  Nel 1979, per sopperire alla crescente espansione demografica del paese, Ping promulgò la legge secondo cui una coppia cinese non poteva concepire e quindi mettere al mondo più di un figlio. In caso contrario, le strade erano (e sono anche ora) due: pagare immediatamente una multa che può arrivare anche a 300 mila yuan (35 mila euro) o essere obbligatoriamente indotti all’aborto. Anche se parliamo di una gravidanza arrivata al settimo mese, persino al nono. Lo Stato, se così può definirsi, per eliminare il problema sul nascere, ha posto in essere 196 milioni di sterilizzazioni tra uomini e donne, imposto a 403 milioni di donne anticoncezionali intrauterini (come le spirali), che hanno incrementato il numero di tumori al seno e all’utero.

Conseguenze: aborto selettivo e clandestinità : Questa legge ha comportato uno squilibrio di genere:  i maschi infatti sono 34 milioni più delle femmine, perché quando una coppia scopre di aspettare una bambina, sapendo che poi non potrà avere un altro figlio, spesso ricorre a un aborto selettivo (che anche in India impedisce la nascita di 500 mila bambine). C’è anche chi, per non vedere il proprio figlio morire per mano di chi dovrebbe tutelarlo, tiene ben nascosta la gravidanza e al momento della nascita non registra il bambino, condannandolo allo stesso tempo ad una vita clandestina.

L’ultima storia: L’ultima vicenda che vede coinvolto questo vero e proprio genocidio legalizzato è legata ad una 33enne

Feng Jianmei è stata costretta ad abortire a sette mesi
Feng Jianmei è stata costretta ad abortire a sette mesi

cinese, Feng Jianmei, costretta ad abortire al settimo mese poichè in attesa del secondo figlio.  La pancia cresceva ed un vicino di casa nota qualche irregolarità. Chiama la polizia ed in casa giungono 20 ufficiali, che la portano con la forza in ospedale, dato che non disponeva dei soldi per pagare la “multa”. Le hanno iniettato endovena un composto chimico e poi le hanno messo il corpo di suo figlio vicino, massacrato, e come se non bastasse sotto i suoi occhi. Poco dopo le autorità locali hanno dichiarato: ” È stata lei a voler abortire, abbiamo provato a farle cambiare idea”.Ci hanno creduto tutti, finchè il padre non ha scattato quella fotografia che sta facendo il giro del mondo, per denunciare, per alzare la voce.

Intanto l’Agenzia per lo sviluppo economico ha proposto un allentamento della rieducazione attraverso il lavoro,quella dei Laogai, della pena capitale e del controllo delle nascite. Infatti entro il 2015 dovrebbe essere consentito a tutte le coppie di avere un secondo figlio, ma solo nel caso in cui uno dei genitori sia figlio unico (il che è decisamente possibile dato che la norma è attiva dal 1979).

“Possiamo essere liberi solo se tutti lo sono.”  

G.W.F. Hegel

Jeff Buckley: storia di un’anima e di un addio troppo precoci

77a16x20Era a casa e con lui c’erano mamma e papà. Mamma Mary Guibert, violoncellista, e papà Ron Moorhead. Jeff lo chiamava papà, anche se il vero padre era Tim Buckley, cantautore rock degli anni ’60. Era felice di stare con loro, felice di sentirsi amato; ogni tanto si chiedeva il perchè di quell’abbandono, si chiedeva perchè il padre l’avesse lasciato solo. Ancor più si chiedeva perchè avesse lasciato sola la madre. Ma adesso quanto poteva importare, qualche volta gli era capitato di vederlo, anche se troppo tardi per lasciargli un vero posto nel cuore. Ora, insieme con il suo fratellastro Corey, stava aprendo un regalo di Ron: un 45 giri dei Led Zeppelin, “Physical Graffiti”. Lo avrebbe ascoltato tanto: insieme con gli altri dei Pink Floyd, Queen, The Who e Jimi Hendrix, sarebbe stato la sua compagnia preferita durante i tanti traslochi della famiglia nelle zone di Orange County. Era proprio grazie a Ron se il giovane Jeff si innamorò della musica,era grazie a lui se aveva creduto dall’inizio in quel sogno, che lo portò a calcare le stesse orme di suo padre, ma al tempo stesso prendendosi la sua rivincita, quella di essere Jeff e basta. Impara a suonare la chitarra acustica a soli cinque anni e, a dodici, sapeva di voler diventare un musicista. Cresceva, la passione aumentava e Jeff aveva tanto da dire, tanta rabbia da sfogare, tanta tristezza da colmare. Si trasferì a New York a soli 19 anni: qui lavorava in un hotel e suonava, suonava continuamente. Rock, reggae, heavy metal, jazz, funk, r’n’b. A casa sua c’erano giradischi, chitarre e 45 giri. Come arredamento, solo una poltrona: non un vero letto, non stoviglie e neanche un tavolo.

Poi, il 26 Aprile del 1991, si ritrovò nella chiesa di St. Ann a Brooklyn: suo padre, il vero padre Tim Buckley, era morto di overdose ed in suo onore si era organizzato un evento commemorativo. Cantò per lui, quella volta lo fece. “I never asked to be your mountain”, canzone scritta da Tim e dedicata proprio a Jeff e sua madre. Lo fece accompagnato da Gary Lucas con la chitarra, una delle cui corde si ruppe alla fine della performance. Strano gioco del destino, qualcosa doveva pur andar storto, come era stato lo stesso rapporto tra padre e figlio. “Non era il mio lavoro, non era la mia vita. Ma mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non sarei mai più stato in grado di dirgli qualcosa. Usai quello show per dargli il mio ultimo saluto.” spiegò poi Jeff.535d022091b40bab67b48bcb5eb0f53216bea1f2

Qualcosa però cambiò. Da quel momento non era più il ragazzaccio che Orange County aveva conosciuto. Non più solo il ragazzo dalle t-shirt bianche, i pantaloni strappati e il piercing all’ombelico. Non più un’anima ribelle destinata all’anonimato. Lo stesso Bob Dylan, dopo quella volta, lo definì « uno dei più grandi compositori del decennio »Inghilterra, Francia, Germania, Australia: viaggia e canta, proseguendo le tappe del suo primo tour, dopo il successo dell’album “Grace”, pubblicato nel 1994 e contenente, tra le tante canzoni, la più conosciuta “Hallelujah”, cover dell’originale di Leonard Cohen.

Un unico vero amore, l’ unica donna che realmente amò, la conobbe in uno studio di registrazione mentre incideva una cover proprio di Tim Buckley, “Song to the siren”. Ma non si sentiva in grado di proteggerla da se stesso, dalla sua inquietudine. Per questo più volte negò la relazione. La donna si chiamava Liz Fraser e, anni dopo, durante uno speciale su Jeff della BBC, affermò di essersi sentita inadeguata a comprendere quel giovane ragazzo, così complicato e così innamorato della donna che era arrivato ad idolatrare. La relazione fu tormentata, potente: la coppia, però, si lasciò nel 1995.

Ora è il 29 Maggio 1997 ed è sera. Il Mississippi è vicino, il furgone dovrebbe passare tra poco vicino alle rive di Wolf River. Spesso Jeff si immerge nelle acque del fiume, lo fa sentire protetto, lo allontana dai problemi del mondo. Il furgone lo guida Keith Foti e, ad un certo punto, si ferma. Jeff vuole fare un bagno. Si immerge, e nuotando si allontana dalla riva, cantando “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin. Passa qualche minuto e Keith non riesce più a vederlo. Urla il suo nome per ore ma non avrà mai risposta.

Wolf River- Memphis
Wolf River- Memphis

Jeff sarà avvistato da un passeggero del battello “American Queen” solo il 4 Giugno a Memphis, sotto il ponte di Beale Street, impigliato tra i rami di un albero. Non è stata colpa di Jeff: nessuna droga, nessuna assunzione di alcool o sostanze stupefacenti. Non è stata colpa di quel ragazzo tanto solo quanto misterioso. Affogamento. Questo è il responso medico. Probabilmente causato da un turbine dovuto al passaggio di qualche traghetto.

Le onde del Wolf River l’hanno trascinato, hanno portato via con sè la sua gioventù, il suo futuro. Non la sua voce, che ancora risuona e accompagna le nostre vite dopo tutti questi anni. Forse aveva ragione Jeff quando cantava “But one things for certain, when it comes my time, I’ll live this old world with a satisfied mind.”, “Ma una cosa è certa, quando verrà il mio tempo lascerò questo vecchio mondo con una mente soddisfatta”. 

JEFF BUCKLEY- HALLELUJAH : 


Da locale nella 47a strada a leggenda: “The Factory”

Il suo costo era di poche centinaia di dollari, le pareti erano ricoperte da carta stagnola e vernice argentata, i vetri erano (volutamente) rotti ed il rosso di un divano trovato su un marciapiedi della 47a strada accendeva quel locale al 5°piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan.

red-couchL’arredamento lo decise Andy Warhol,visto qualche mese prima a casa di Billy Lane; gli piacque tanto da volerlo riprodurre in quell’ appartamento che di lì a poco sarebbe diventato The Factory. Allestita definitivamente nel 1962, la “Silver Factory”, così chiamata perchè prevalentemente di colore argento, divenne la plancia di comando di Warhol, da studio per litografie e serigrafie a laboratorio di film, sculture e prodotti di massa.  “Non era chiamato la Fabbrica senza motivo. Era qui che la linea di assemblaggio delle serigrafie aveva luogo; e mentre una persona produceva una serigrafia, qualcun altro poteva girare un provino. Ogni giorno si faceva qualcosa di nuovo”. E’ così che sarà descritta la Factory da John Cale, componente della band Velvet Underground ed assiduo frequentatore del luogo.

Infatti quel locale della 47a  strada divenne presto il punto di ritrovo di artisti, cantanti, modelle ed attori. Tra questi si contano i vari Lou Reed, Jim Morrison, Truman Capote,  Bob Dylan, Mick Jagger, Velvet Underground, Valerie Solanas (femminista radicale della Factory che cercò di uccidere Warhol ed il suo compagno a colpi di pistola), Edie Sedgwick (sua prima musa da cui è tratto il film “The Factory Girl”),Holly Woodlawn (la Holly di “Take a walk on the wild side” scritta e cantata da Lou Reed) ed i meno assidui Salvador Dalì e Yoko Ono. Questi divenivano le “Superstar di Warhol”, veri e propri operai dell’arte che lo aiutavano nella realizzazione di film e delle altre opere, verso i quali godevano di una certa corsia preferenziale: le opere dell’ eclettico Warhol, infatti, venivano prima presentate ai suoi amici e poi rese note al pubblico. 

La Pop Art di Warhol, intesa come arte di massa e contrapposta all’intellettualismo degli anni ’60, aiutò la Factory ad essere sempre più conosciuta. Iniziarono allora le feste a base di acidi, metanfetamine ed alcool e caratterizzate da situazioni borderline e sessualmente esplicite. 006-nSexual Radicalism era la parola chiave: nudità, transgender, finti matrimoni drag e promiscuità in quell’era in cui la libertà sessuale iniziava a raggiungere i suoi primi obiettivi.

Ad un certo punto, però, lo stile di vita troppo spensierato aveva preso il sopravvento: belli, giovani e famosi ma con la solita pretesa di immortalità. Ma immortali non erano: cliniche di disintossicazione, suicidi e morti per droga era quello che li aspettava.

Queste sono state le parole di Holly Woodlawn,un lui divenuto una lei, quella di  “Holly came from Miami FLA, / hitch-hiked her way across the USA, / plucked her eyebrows on the way, / shaved her legs, and then he was a she…” cantata da Lou Reed:

Cocaina, in prevalenza. E sempre buonissima. Ecco perché eravamo tutti così favolosi, era la droga che ci rendeva così. Credevamo nel potere della droga, non ci facevamo nei cessi, come si usa adesso. Noi sniffavamo a tavola, a letto, in salotto, dappertutto. Ho perso tanti amici. Io mi sono salvata perché, a un certo punto, ho sentito che dovevo smettere. Quando sei giovane non pensi mai che potrai morire. Pensi di essere eterno, pensi che arrivare a compiere trent’anni sia già essere vecchi. Poi, se ci arrivi, cominci a rallentare la corsa. ”

E’ nel 1969 che la lussuosa ed allo stesso tempo decadente Factory finisce fuori controllo, quando termina un’intera epoca, quella della gioventù bruciata in strisce di polvere bianca, bicchieri di alcool e solitudine. E’ in questo anno che, dopo il susseguirsi della morte di alcuni componenti, la Factory si svuota, portandosi con sè la miseria di quelle vite e l’unicità di quella leggenda.

Il coraggio di Jackie: piacere e piacersi con un cancro

Foto di Martin Mistretta
Foto di Martin Mistretta

Jackie Carter: forse il nome non vi dirà nulla. Bene, Jackie è una donna emancipata di 51 anni che vive a New York, prima direttrice editoriale di una divisione Disney e poi di Scholastic (tanto per capirci, casa editrice della plurivenduta serie di Harry Potter). Ama i libri, il lavoro, la moda e lo shopping. Segni particolari: tumore ad un linfoma non- Hodgkin e stanza di ricovero presso l’ospedale Memorial Scoan-Kettering di New York. Altri segni particolari: chemioterapie, cicatrice post-operatoria e tanto, tanto coraggio.

All’inizio della sua malattia, Jackie nega se stessa, vede la sua femminilità svanire pian piano. Si guarda allo specchio e non si riconosce (perde da una settimana all’altra 12 kg) e non accetta i cambiamenti che avvengono al suo corpo (e sfiderei chiunque a farlo). Finchè un giorno non decide di combattere la sensazione di inadeguatezza dovuta alla malattia attraverso un atteggiamento di sfida al livello estetico, quasi “dandistico”.

Sono queste le parole adoperate da Jackie per descrivere la sua strategia vincente, direttamente riportate da Laura Lazzaroni sul supplemento “D- La Repubblica delle donne” del quotidiano “La Repubblica”:

“Ero in taxi, e stavo andando dal parrucchiere, quando ho ricevuto la telefonata. Mia madre, che era con me, mi ha detto: “Non devi andare, se non te la senti”. Ma io ci tenevo a sistemarmi i capelli.  In un certo senso è stato un bene: appena arrivata ho parlato del problema con la mia stylist e lei è stata molto efficiente e comprensiva. Mi ha persino fissato un appuntamento in un ottimo negozio di parrucche. In capo a due settimane, ancora prima di cominciare la terapia, avevo già scelto la mia. Subito dopo, sono calata sui negozi. Dunque sono partita da una considerazione banale e pragmatica:come vestirsi per le sedute? Ho scelto uno stile che ha contribuito a ravvivare l’umore delle altre pazienti e del personale ospedaliero, distogliendo la mia attenzione dalla malattia.  Perdere i capelli è quello che mi ha sconvolta maggiormente; quando hanno cominciato a cadere i primi ciuffi, me li sono fatti radere. Le unghie diventavano scure? Compravo guanti nuovi. Il mio incarnato tendeva al verdognolo? Feci un giro delle migliori profumerie e chiesi una consulenza estetica

Ed è qui la grandezza della donna Jackie. Non solo per il modo in cui ha affrontato la malattia, trasformando il male in look, ma decidendo di posare per l’amico Martin Mistretta (fotografo di successo di Bulgari, Tiffany & Co, Vogue e tanti altri ancora) in un servizio fotografico, da cui successivamente nacque una mostra al Creative Center dal nome ”The It Girl’s Guide to Chemio” (IT GIRL nel senso di donna che fa tendenza). Questo accadeva nell’anno 2000 e, nel Giugno di due anni dopo, Jackie afferma di essere guarita.

Segni particolari di oggi: continua la sua vita, tra controlli, TAC ed analisi del sangue da effettuare periodicamente per tener sotto controllo i linfomi. Dimenticavo: la sua pelle ha ripreso il color cioccolatino di prima, non ha più bisogno dei guanti, ha i propri capelli e tutti i giorni vede quella cicatrice post-operatoria, che ogni volta non può non ricordarle di quanto sia stata forte.

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Foto di Martin Mistretta

Uomini che odia(va)no le donne: quella pubblicità che racchiude una storia

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Immagine resa nota da Repubblica.it nel 2012

 

Non era un mondo per donne: “Show her it’s a man’s world”, ovvero “Dimostrale che è un mondo di uomini” ne è la dimostrazione. Infatti, così titolava una pubblicità di cravatte di qualche tempo fa(ma non troppo). Nell’immagine si nota la figura della moglie perfetta del tempo, esageratamente servizievole, ai piedi del letto del marito, mentre questo è comodamente disteso su tre cuscini, non in pigiama ma in cravatta, per risaltarne ancora più la figura carismatica che di questo si voleva innalzare. Tale manifesto, insieme a tanti altri simili, ebbe un notevole successo all’epoca e sia gli uomini che le donne finirono per credere in quei ruoli dettati dalla società, iniziando ad accettare quella, permettetemi di dirlo, bassa, bassissima cultura di massa che si era venuta a creare e che ancora oggi facciamo fatica a debellare. Perchè l’impatto di questi stereotipi è stato così forte, e perchè, ancora, esso è così duraturo nel tempo? Si potrebbe iniziare dalle origini, passando dall’analisi di Adamo ed Eva fino all’odierna figura della velina. Credo, tuttavia, sia meglio concentrarsi su quel determinato periodo, in cui la discriminazione sessuale (donne ed omosessuali) raggiunse le vette della sua memoria storica. 

E’ in questo momento, infatti, che l’uomo inizia a non accettare il NON- ESSERE – UOMO più che la diversità mentale e fisica.Siamo a cavallo tra gli anni ’40 e ’50: la donna, di qualsivoglia carattere, ceto sociale o provenienza, era percepita come “oggetto di consumo”, esattamente come potevano esserlo le prime macchine, le prime riviste patinate o i primi film. Agendo a livello cognitivo e passionale (ovvero dove entrano in gioco i sentimenti) i pubblicitari scelsero di sottolineare quanto il NON SAPER FARE della donna fosse dovuto al SAPER FARE dell’uomo e quanto i protagonisti del manifesto non fossero maschile/femminile, ma MASCHILE /NON MASCHILE.  E questo lo fecero con estrema astuzia: le pubblicità o i manifesti più popolari più riusciti, sono sempre stati, ed ancora lo sono, quelli su cui non bisogna fermarsi a riflettere, quelli che prevedono un’ interpretazione immediata, le cui conseguenze sono prevedibili e conformi alla società. 

Ebbene, nella nostra pubblicità in questione, comprare quelle cravatte non voleva dire solo acquistare un oggetto di vestiario, bensì comprare anche un altro tipo di oggetto, la donna-oggetto. Il messaggio proposto era chiaramente rivolto all’uomo: le donne cadranno ai tuoi piedi, SE comprerai la nostra merce.

La comunicazione, dunque, come ogni oggetto di campo sociale, possiede i propri stereotipi, i propri “frame interpretativi”, ovvero quei contesti di riferimento senza i quali il “consumatore” ( perchè si parla ancora di società di massa) non può orientarsi. E’ in questa pubblicità che campeggia l’ombra dello stereotipo. Quest’ultima, infatti,  è una MALFORMAZIONE COMUNICATIVA, una patologia, una vera e propria “truffa” da parte della società dei consumi, creata e voluta strategicamente dagli Stati Uniti, verso l’uomo del tempo, che doveva essere “riconquistato” dopo il fallimento dei valori e lo strazio della guerra.